venerdì, 03 novembre 2006
Il tempo è scaduto. Rieccomi di nuovo a Napoli.
Volevo restare di più a Damasco, ma poi ho deciso di tornare.
Il rientro non è stato facilissimo, ma sono ancora convinto di aver fatto la scelta giusta.
Avrei ancora tante, troppe cose da dire sulla mia esperienza. Lo farò.
Prima, però, sento l’obbligo di ringraziare tutte le persone che ne hanno fatto parte e che ora considero non amici, ma fratelli.
Grazie a ‘Ali, per avere avuto per primo la pazienza di starmi ad ascoltare nel mio arabo stentato.
Hussein, per essermi stato vicino sempre.
‘Aziz, per avermi regalato giornate di sane risate.
Hadi, per gli indimenticabili futur nel suo negozio.
Mustafa, per avermi insegnato a giocare a tawila.
Nur (detto Gorilla), per avermi ricordato che l’uomo discende dalla scimmia.
Ahmad e Samir, per la loro compagnia.
Hussein (detto Grande Fratello), per avermi trovato una splendida casetta.
 ‘Amir (detto ‘Er Principe’), non so perché.
Roberto, per le indimenticabili serate ad arak.
Giulia, per avermi dimostrato che la libertà viene prima di tutto.
Federico e Diego, per aver messo la loro allegria a disposizione del nostro gruppo.
Caramella, per i suoi squisiti caffè.
Francesca, per avermi ricordato che l’uomo è ancora moralmente superiore alla donna.
Zorro, per avermi fatto compagnia nelle nottate di studio in cortile.
Teresa, per avermi invitato in Andalucia.
Zakaria, per avermi aperto le porte alla vera cultura siriana.
Rakan, professore insostituibile.
Grazie a Mariateresa, per avermi sopportato nella stessa casa per cinque mesi e a me stesso, per aver sopportato lei.
Ci rivedremo, spero, presto.
Fino ad allora, buona fortuna a tutti!
postato da: Bazzu alle ore novembre 03, 2006 10:23 | Permalink | commenti (2)
categoria:amici, siria
venerdì, 03 novembre 2006
Pensavo che a Damasco non piovesse mai. Dopo un’estate calda e praticamente senza una nuvola, mi preparavo a un autunno con cielo quantomeno sereno. E invece piove da tre giorni e neppure poco. La nostra casetta – non proprio nuovissima – ne ha risentito: parti della tettoia accanto al terrazzino si sono sbriciolate sotto l’acqua battente insozzando ulteriormente il non proprio pulitissimo cortiletto di casa.
Zorro, il gatto che abbiamo adottato qualche tempo fa, per via del freddo è praticamente diventato nostro ospite fisso, andandosi ad aggiungere alle decine di animali, vertebrati e non, che già la abitavano e che ne hanno fatto un vero e proprio parco naturale del quale fino ad oggi hanno fatto parte:
  • circa 250 scarafaggi – quasi tutti uccisi dal sottoscritto, cecchino infallibile con la ciabatta. (Sembra pure che i nostri amici alati abbiano scelto la nostra stanza come alcova. Abbiamo infatti trovato una serie di tane – poi tappate con lo scotch - da cui qualche settimana fa sono usciti miniscarafaggi, ndr);
  • migliaia di formiche – con loro, pur avendo vinto molte battaglie, ho perso la guerra. Ormai hanno i loro bei formicai dove si sono rifugiate per il letargo;
  • tre gechi;
  • tre gatti (Zorro, Asad e O’Russ’ o, se preferite, O’ Chiatt’);
  • un grillo che da qualche giorno allieta con il suo canto le nostre notti damascene;
  • mosche, zanzare, vespe a volontà;
  • un millepiedi mangiato vivo dalle formiche – abbiamo pure assistito in diretta al banchetto dei piccoli insetti;
  • un COLOMBO DECAPITATO – disgustoso regalo di Zorro;
  • un verme – trovato qualche tempo fa nel lavandino e ucciso da Mariateresa;
  • una TARANTOLA ENORME – anche quella uccisa a ciabattate.

Nel caso abbiate a disposizione un Minollo o un paio di liocorni da regalarci ve ne saremmo eternamente grati. Saremmo lieti di aggiungere altre due specie al nostro piccolo ecosistema.

postato da: Bazzu alle ore novembre 03, 2006 10:20 | Permalink | commenti
categoria:siria
domenica, 24 settembre 2006
Ho aspettato a lungo che le acque si calmassero e che la situazione tornasse alla normalità, o quasi. Poi sono partito.
Destinazione? Libano, of course.
La guerra ha solo rimandato la mia visita a quello che io considero uno dei più affascinanti paesi del Medio Oriente.
Per la sua storia antichissima, per i suoi straordinari paesaggi e il suo mare, per le vicende che ne hanno fatto il fulcro della politica contemporanea araba, per la sua gente e, infine, per vedere con i miei occhi quello che fino ad allora avevo potuto solo immaginare attraverso gli schermi della tv.
La tentazione era fortissima e non ho saputo resistere.
Ho scelto di non visitare il sud, la zona maggiormente colpita dagli attacchi israeliani.
Troppo pericoloso per chi, come me, non è un eroe né prova a farlo.
Con il dispiegamento delle forze UNIFIL in atto, poi, avrei probabilmente speso la maggior parte del tempo in auto fermo a posti di blocco vari.
Per non parlare della popolazione locale, che non avrebbe visto di buon occhio la presenza di un giovane italiano macchina fotografica-munito.
 
La partenza
 
Alle 15 di domenica prendo il taxi, accompagnato come al solito dalla mia insostituibile compagna di viaggio. La stazione di Baramke dista circa un’ora e mezza dal centro di Beirut. In realtà, appena passiamo il confine ci rendiamo conto che il viaggio durerà molto di più.
Prima lo scheletro ribaltato di un camion sul ciglio stradale. Poi, una strada distrutta, a Chtaura, che ci costringe a deviare. Sulla destra un campo profughi palestinese, poco più avanti i resti di una fabbrica di latte piegata dal fuoco nemico.
Ogni mille metri circa, uomini dell’esercito kalashnikov alla mano sorvegliano le auto in transito. Sui loro volti la stanchezza di giornate interminabili passate a fissare la strada ma, soprattutto, la consapevolezza della propria debolezza e inutilità.
Mi torna alla mente il pensiero di un ragazzo che conobbi un anno fa circa a Bilbao. Non ricordo nemmeno il suo nome, ma mi è sempre rimasto impresso quanto mi disse una sera, davanti a una pinta di birra spagnola, mentre parlavamo di politica. “Uno stato senza esercito non esiste. Semplicemente non c’è”. Allora le sue parole mi sembrarono assurde. Ora so che aveva ragione.
A partire dall’indipendenza – conquistata oltre cinquant’anni fa - in Libano non c’è mai stato un esercito vero e proprio.
Questo spiega perché per 17 anni si sia consumata in questa terra una delle più sanguinose guerre civili della storia; perché per oltre 20 anni l’esercito siriano abbia potuto controllare il territorio libanese trasformando il paese dei cedri in un suo protettorato; perché da oltre 30 anni Israele violi il diritto internazionale valicando i suoi confini e occupando la parte meridionale del paese; ma soprattutto, questo spiega il sostegno che Hezbollah ha potuto conquistarsi nel tempo.
Il “Partito di Dio” sciita, dapprima accolto con diffidenza dai libanesi per le sue posizioni estremiste, è oggi sostenuto anche da sunniti, drusi, e perfino dai cristiani, avendo rappresentato per anni – e fino ad oggi – l’unica forza capace di rispondere alle offensive israeliane.
La strada è piena di curve, il paesaggio è bellissimo.
Un altro ponte distrutto, siamo di nuovo costretti a cambiare tragitto. Passiamo per un paio di paesini di montagna immersi nel verde. Da lontano sentiamo alcuni clacson che suonano all’impazzata. Poco dopo incrociamo una Mercedes, seguita da un’altra decina di auto, addobbata a festa. È un matrimonio. Di cortei del genere ne avremmo incontrati molti altri. A Beirut, a Tripoli, a Baalbek. A neanche un mese dalla fine della guerra qui la gente di sposa, ha voglia di ricominciare.
Un paio di tornanti dopo scorgiamo il mare e, in lontananza, i grattacieli della capitale.
 
Welcome to Beirut
 
Ho cominciato a conoscere Beirut un paio di anni fa, attraverso i racconti di Mahmud Darwish, autore palestinese rifugiato in Libano negli anni ‘70.
La città, ora, mi si presenta proprio come me l’immaginavo.Libano 013
 
Il vecchio Holiday Inn – inaugurato pochi giorni prima dell’inizio della guerra civile – ne è il simbolo.
Per la sua posizione strategica e per la sua altezza il grattacielo fu utilizzato dai cecchini delle diverse parti in conflitto. Non ne rimane che lo scheletro, forato in più parti da colpi di mitragliatrice o di mortaio. Al lato gli uffici nuovissimi della HSBC, poco più in là il Phoenicia, l’albergo extralusso che ospita le personalità che di tanto in tanto visitano la capitale.
Lo stesso scenario surreale si presenta in tutto il resto della città: centri commerciali, grandi alberghi, banche si alternano a palazzi semidistrutti - in alcuni casi ancora abitati - eredità della lotta fratricida conclusasi oltre 16 anni fa.
Fa eccezione Downtown, piccola Parigi simbolo della rinascita del paese, ricostruita in fretta e furia dopo la fine della guerra civile.  
 
L’Home Valery – una pensioncina piuttosto bohèmien – è all’interno di una palazzina a pochi passi dalla Corniche, il lungomare.
Posiamo le valigie e facciamo una passeggiata al tramonto. Mangiamo qualcosa in un ristorante vicino al faro, poi proseguiamo fino al promontorio che affaccia su due splendidi faraglioni. La vista è bellissima. Proviamo a incamminarci verso Ashrafiyye, pensiamo di sederci in uno dei locali alla moda della zona. Tentativo fallito. Stanchi morti, ci fermiamo a metà strada e torniamo alla pensione.
 
Il Purgatorio
 
Lunedì mattina ci svegliamo relativamente presto e ci incamminiamo verso Downtown. Compriamo il Daily Star - finalmente un giornale degno di questo nome dopo i tre mesi di squallore dei quotidiani siriani - e proviamo a scattare qualche foto. Ci si avvicina prontamente una guardia della sicurezza privata del Phoenicia. Ci dice che un ‘ordine presidenziale’ vieta a chiunque di scattare. Rimaniamo sconcertati. Soltanto poche ore scopriamo il vero motivo del divieto.
Arriviamo a piazza Etoile, di fronte al parlamento libanese, dove una Ong ha allestito una mostra fotografica dal titolo “Aerei contro bambini”. Le foto sono raccapriccianti. Alcuni passanti si fermano incuriositi, altri passano avanti, ormai assuefatti a quelle immagini di guerra. Proseguiamo fino a piazza della liberazione, dove scorgiamo uno stand enorme. È il mausoleo di Hariri, ex premier libanese saltato in aria quasi due anni fa. Un cartellone luminoso – ben presto scopriremo che ce n’è uno ad ogni angolo della città – indica che dal giorno dell’attentato sono passati per la precisione 581 giorni. Da allora a Beirut dominano i megaposter del defunto presidente, a dimostrazione che anche l’unico paese ‘democratico’ del Medio Oriente non sfugge al culto del capo così forte nel resto dei paesi arabi.
Mangiamo qualcosa al volo poi, dopo una breve sosta in pensione, fermiamo il primo taxi.
 
L’inferno
 
“Di dove siete?”, chiede l’autista, un uomo sulla cinquantina. “Italiani”, rispondo io e pronto alla solita discussione sulla vittoria della Coppa del Mondo, su Zidane, Materazzi e via dicendo. E invece mi sento dire: “Italia! Berlinguer! Ah, non ci sono più uomini come lui!”.
Oddio.
Abbiamo beccato l’unico tassista comunista di Beirut.
Parte la discussione politica. Durante tutto il tragitto verso la periferia sud di Beirut – la zona maggiormente colpita dai bombardamenti israeliani – ‘Ali mi racconta la storia del Partito Comunista Libanese che alle ultime elezioni si è attestato intorno al 17 per cento. Mi spiega, con orgoglio, che gli shiyyu’in (nome impronunciabile per ‘comunisti’) libanesi sono stati i primi a organizzare la lotta contro gli israeliani. Più tardi mi confesserà che, trent’anni orsono, lasciò la sua professione di insegnante per entrare nelle fila dell’esercito di resistenza.
“E Hezbollah?”, gli chiedo io. “Quelli sono venuti dopo”.
“E della resistenza attuale che ne pensi?”.
“Non mi interessa che a combattere sia questo o quel partito – mi risponde un po’ turbato, dopo un attimo di esitazione - L’importante è resistere. Io sostengo chiunque guidi la resistenza”.
Continuiamo a parlare fino a quando, alla nostra destra, scorgiamo il primo cumulo di macerie.
“Qui c’era una palazzina a otto piani”, mi dice. Al centro, a una decina di metri sotto il livello stradale, una ruspa toglie via le pietre. Di fronte a noi un ponte autostradale distrutto.
Scattiamo foto dall’auto, cercando di essere quanto più discreti possibile.
“Quello è il quartier generale di Hezbollah” e indica col dito la strada davanti a noi. “Cosa volete fare?”. “Beh, portaci lì”.
“Va bene. Ma solo perché sei comunista. Se volete che vi riaccompagni a casa, poi, il prezzo è raddoppiato”.
“D’accordo. Andiamo”.
 
Polvere e distruzione
 
IMGP1152Che si tratti del quartier generale di Hezbollah a Beirut non è proprio difficile capirlo. Ai ritratti di Hariri di Downtown qui si sostituiscono le foto di Nasrallah. Le bandiere gialle sono ovunque, così come gli striscioni che invitano alla resistenza. Passiamo accanto alla sede di “Al Manar”, la tv del partito, più volte oggetto degli attacchi israeliani. Le strade hanno un aspetto familiare, l’intera zona somiglia in maniera inquietante al quartiere dove abitiamo a Damasco. Tutt’altra cosa rispetto agli splendidi viali pieni di ristoranti e bar che abbiamo visitato poche ore prima.
Tutt’intorno polvere e distruzione. Alcuni palazzi sono accasciati su sé stessi, ridotti a un ammasso di pietre o in alcuni casi letteralmente squagliati dai missili lanciati dagli aerei israeliani; altri sono rimasti in piedi, anche se mozzati dei piani superiori.
In lontananza scorgiamo un palazzo-groviera ormai abbandonato, sul quale sventola una bandiera italiana, ricordo lontano degli ultimi mondiali. Mi chiedo se quella famiglia che tifava Italia sia ancora viva.IMGP1131
Scendere dall’auto per scattare foto è impossibile. ‘Ali non ha neppure voglia di fermarsi qui.
“Non vorrei - spiega - che pensassero che siete spie”. “Durante la guerra – continua - qui ci venivano spesso i giornalisti. Alcuni di loro lavoravano per i servizi segreti israeliani. Scendevano dall’auto e scattavano foto ai palazzi dove, secondo loro, si nascondevano gli uomini di Hezbollah. Dopo cinque minuti arrivavano gli aerei che in pochi secondi li riducevano a un ammasso di macerie”. “Una volta una spia irachena non ha avuto neppure il tempo di scappare: gli israeliani hanno ammazzato pure lui” aggiunge ridendo.
Dopo una mezz’oretta torniamo al centro. Continuiamo a parlare della resistenza, della situazione in Medio Oriente, dei caschi blu italiani. Scendiamo sul lungomare.
“Grazie ‘Ali”.
“Grazie a voi. Ci rivediamo presto, quando qui la situazione sarà migliore”.
“In sha’ Allah”.
 
Le radici dell’odio
 
A sera, dopo un costosissimo mojito in un bar di Ashrafiye ci incamminiamo verso casa. A pochi passi dal locale c’è un negozio ancora aperto. Compriamo delle sigarette e facciamo per andarcene quando il proprietario ci ferma chiedendoci di dove siamo.
“Italiani”.
Ahlan wa sahlan fi Lubnan (Benvenuti in Libano). Che ci fate qui?”
“Siamo in gita. Viviamo a Damasco”.
L’avessi mai detto.
“Cosa studiate a Damasco?”.
“La lingua”.
“Bene. Ma mi raccomando: non studiate altro”.
E qui comincia una discussione interminabile sulla Siria, che lui odia a morte.
“E’ sporca e i siriani sono zozzi” dice. “Anche se, a dire il vero i cristiani sono un po’ meno sporchi”, aggiunge. Comincio a insospettirmi.
“Beh è vero. Dopotutto, però, sono arabi come voi. Perché ne parli con disprezzo?”
“ARABI COME NOI? Che dici? Noi siamo FENICI!”.
Non posso dire di non invidiare quest’uomo. Se dovessi chiedermi cosa sono davvero io non saprei rispondermi. Greco, Romano, Normanno, Spagnolo, Francese, Arabo? Lui, invece, è sicuro delle sue origini. Come se 7000 anni non fossero mai passati.
Arriva persino a dire che gli italiani somigliano somaticamente ai libanesi in virtù della dominazione fenicia prima di attaccare la cantilena sulla superiorità del popolo libanese sul resto del pianeta e, chiaramente, sul resto del Medio Oriente.
“Noi abbiamo inventato l’alfabeto. Questa terra ha una storia di più di 9000 anni”. Gli ricordo che i fenici hanno vissuto anche in Siria.
“Si ma poco, tanto è vero che non hanno lasciato nulla. Lì c’è il deserto. La Siria non ha storia”.
Mi faccio una risata e gli chiedo se l’ha mai visitata.
“No, non potrei. Sarebbe come affondare il braccio in un cesso. Primo: mi fa schifo. Secondo: quando lo tiro fuori puzzo. E io non voglio puzzare”.
Poi aggiunge, serio: “A dire il vero qualche posto carino ce l’hanno pure loro: Seydnayya, Deir Mar Musa, Maalula”. Vale a dire i centri più importanti del cristianesimo siriano. Continua a parlare ed è chiaro che oggetto del suo disgusto non è solo la Siria, ma tutti i musulmani, compresi i libanesi malgrado le comuni radici fenice.
Comincio a odiare quest’uomo. Incrocio lo sguardo insofferente di Mariateresa. Vuole tornare a casa. La discussione, però, si sta facendo interessante e non voglio troncarla: non ho mai incontrato prima un cristiano maronita e tantomeno un fondamentalista.
Fu in seguito a un attacco delle falangi maronite a un pullman di palestinesi che, nel 1975, scoppiò la guerra civile in Libano. Per i 17 anni che seguirono furono vittime degli attacchi musulmani, ma anche autori di crimini orrendi spesso perpetrati con il sostegno di Israele (uno dei quali, l’attacco ai campi profughi di Sabra e Chatila, è passato alla storia come una delle carneficine più orribili della storia contemporanea). Se qui la guerra civile è durata tanto è anche grazie a persone come questa, che con le loro idee folli hanno alimentato l’odio.
Parliamo a lungo. Dopo un po’, però, mi annoio. Non fa che ripetere sempre le stesse cose.
Poi, mi chiede informazioni sull’Italia che, dice, visiterà a breve.
“C’è la mafia lì vero?”.
“La mafia è ovunque – gli rispondo - In Italia, in Russia, in America e persino in Libano come dimostra la salita al potere di Hariri”.
Spiazzato, cambia subito argomento e mi chiede il mio numero in Italia con indirizzo. Quello siriano non lo vuole. Non chiamerebbe mai.
“Quando vengo lì ci vediamo, vero? Non è che fai finta di non riconoscermi quando ti chiamo?”. “No. No davvero. Ci vediamo. Ora però dobbiamo andare. Domani partiamo di nuovo”.
“Ok. Chiudo il negozio e vi accompagno alla pensione”.
 
Il mare non bagna Byblos
 
Poco dopo l'inizio della guerra Amir Peretz (comunista e fondatore della associazione “Peace Now”, ndr), sottolineo' come fosse stato stupido per i libanesi attaccare Israele in piena stagione turistica.
Ora so a cosa si riferiva.
Martedì partiamo per Byblos, fino a prima della guerra uno dei più importanti centri turistici libanesi. Di stranieri, però, non c’è neppure l’ombra. Il cielo è terso e fa caldo, ma le spiagge sono vuote così come l’albergo che scegliamo. Quando ci affacciamo dalla finestra della nostra stanza capiamo il perché. Libano 027
Il mare è sporco e gli scogli sono neri, ricoperti del petrolio delle navi libanesi affondate dalla flotta israeliana. Optiamo per la piscina, quindi, anch’essa semivuota. A sera camminiamo per le splendide viuzze del suq, poi scendiamo al porto. Anche qui il petrolio è ovunque. Ai bordi delle barche, sulla banchina, sulle mura fenicie a pelo d’acqua. I ristoranti – salvo rare eccezioni – vuoti. Fa strano pensare che questo posto ha ospitato alcune delle più importanti personalità internazionali: attori, politici, cantanti di fama mondiale attraccavano qui i loro yacht e si fermavano per qualche notte, affascinati dalla bellezza del luogo.
Il giorno dopo visitiamo le splendide rovine fenicie sul promontorio della città, poi ci incamminiamo verso Tartus – città anonima se non fosse per il coloratissimo e affollatissimo suq, dove i negozianti ci vietano di fare foto, citando ancora una volta presunte indicazioni governative in questo senso.
Ci resta l’ultima tappa: Baalbek.
 
L’ultima tappa
 
Per come me l’avevano descritta la valle della Bekaa me l’aspettavo diversa. Il paesaggio della regione del vino – e dell’hashish – è molto più desolante di quanto pensassi. Sarà perché è estate, sarà perché le fabbriche e le fattorie che rendevano quest’area una delle più produttive dell’intero Libano sono state distrutte un mese fa. Qui, però - a differenza che a Beirut – Israele non ha fatto vittime. Attraverso sistemi di intercettazione dei segnali radio ‘prestati’ dall’Iran Hezbollah, che qui è radicato sul territorio come in nessuna altra regione settentrionale, è riuscito a prevedere dove e quando gli aerei avrebbero attaccato (sorprendendo le catene di comando israeliane, e preoccupando quelle americane).
Anche lo Shouman Hotel – proprio di fronte alle splendide rovine romane della città – è vuoto. Siamo gli unici clienti e, immagino, gli unici turisti anche qui.
Per strada non c’è nulla da fare. In una centro abitato almeno per l’80 per cento da ragazzi, non c’è un punto di ritrovo. I pochi bar e ristoranti del centro chiudono alle nove e mezzo.
Questo spiega perché su ogni lampione sia appesa una foto di un giovane shahid (martire) morto in combattimenti armati contro il ‘nemico sionista’.
Ce ne sono decine. Quasi tutti sui vent’anni, alcuni anche molto più piccoli.
Ci fermiamo in un ristorante dopo una lunga camminata. Anche qui, chiaramente, i tavoli sono vuoti. Ordiniamo due shawarma. Il proprietario fa finta di andare in cucina, esce dal retro e torna, dopo una decina di minuti, con due sandwitch comprati in un fast food poco distante.
Mi chiedo da quanto tempo abbia smesso di sperare nell’arrivo di clienti.
Tra qualche mese chiuderà i battenti, come la maggior parte dei locali della zona.
Venerdì, al mattino, visitiamo le splendide rovine romane, ancora soli.
Il silenzio è rotto solo a mezzogiorno quando, dopo l’adhan, comincia la khutba. Ci rendiamo subito conto che non si tratta del solito sermone del venerdì. Questa volta l’imam non parla di altro che della grande manifestazione di Hezbollah che si sarebbe tenuta a Beirut nel pomeriggio. Scorgiamo per le strade colonne di auto e minibus coperti di bandiere gialle che intasano in breve tempo il centro cittadino.
Quando arriviamo a Damasco, le immagini della guerra ancora vive nella nostra mente, scopriamo che alla manifestazione hanno partecipato circa 2 milioni di persone. Anche di più secondo al Manar. Nasrallah parla dal palco, minaccia le truppe UNIFIL, esulta per il "successo della resistenza’ davanti ai palazzi crollati di Beirut.
Due milioni di persone o più per festeggiare la fine di una guerra che, in realta', non ha avuto nessun vincitore ma solo migliaia di vinti.
postato da: Bazzu alle ore settembre 24, 2006 23:02 | Permalink | commenti (2)
categoria:politica
giovedì, 21 settembre 2006

E' da un po' che non mi faccio vivo sul blog. Tornero' a scrivere dopodomani, al termine di un viaggio breve ma intenso che per qualche giorno mi ha tenuto lontano da Damasco. A presto! 

postato da: Bazzu alle ore settembre 21, 2006 17:34 | Permalink | commenti (2)
categoria:
sabato, 02 settembre 2006

“Il Venezuela e la Siria costruiranno un mondo nuovo, libero dalla dominazione americana. Abbiamo deciso di essere liberi e vogliamo collaborare nella costruzione di un nuovo mondo in cui sia rispettata l'autodeterminazione dei popoli e degli stati. L'imperialismo è impegnato nel controllo del mondo, ma noi non glielo permetteremo, nonostante le pressioni e le aggressioni”. Parola di Hugo Chavez, che martedì scorso è arrivato a Damasco per una serie di incontri con le più alte cariche istituzionali siriane. Vale a dire Basher El Assad.

Che ha risposto: “Nuovi orizzonti si aprono tra i due popoli di Venezuela e Siria...perchè ci sono molti legami tra loro. Le nostre posizioni sono molto vicine su problemi di portata mondiale come il rifiuto dell' egemonia sul mondo o dell' egemonia unipolare, che significa accettazione di un approccio multipoliticizzato e civile”. “Durante questa visita - ha detto ancora Assad - trasformeremo questi orizzonti in azione ed accordi nonché in meccanismi per applicare gli accordi e raggiungere un coordinamento politico ai livelli più alti, soprattutto su temi come la cooperazione sud-sud, che proteggeranno tutti i paesi esposti a pressioni e tentativi di assedio come succede alla Siria ed al Venezuela”.

Fino a qualche tempo fa pensare ad un accordo tra Siria e Venezuela sarebbe stato impossibile. Paesi distanti, con pochi o nessun interesse in comune.

Ora, invece, sembra che il loro destino sia intrecciato a fitte maglie. Cosa  e’ successo in questi anni? Com’è possibile che America Latina e Medio Oriente riconoscano obiettivi comuni?

La risposta è più semplice di quanto si pensi: per la prima volta i paesi cosiddetti in via di sviluppo hanno cominciato a rendersi conto del loro reale potenziale e del loro peso nell’economia del pianeta. Il passo sarà unirsi per contrapporsi all’unica vera potenza mondiale dopo la caduta del muro di Berlino. L’incontro dei giorni scorsi ne è un chiaro esempio.

Il Venezuela – secondo solo ai paesi del Golfo per produzione di petrolio - ha subito una vera e propria rivoluzione a partire dalla salita al potere di Chavez.

Per prima cosa il presidente ha nazionalizzato le riserve petrolifere, destinando la gran parte del ricavato dalla vendita dell’oro nero a progetti di scolarizzazione e di assistenza alle fasce più deboli della popolazione, aiutato in questo anche dall’innalzamento del prezzo del barile.

Poi, ha cercato l’alleanza dei paesi amici dell’America del Sud, ormai guidati praticamente quasi tutti da governi di sinistra, creando una fitta rete di collaborazioni che ha assestato l’ultimo colpo alla ormai precaria egemonia statunitense nell’area.

Infine, ha spostato lo sguardo a est, verso paesi lontani solo geograficamente: la Siria, l’Iran – colonne portanti dell’Asse del Male - la Cina oltre ad essere, come il Venezuela, regimi più o meno dittatoriali, hanno lo stesso interesse a creare un asse capace di contrapporsi in maniera efficace agli USA. 

Chavez sapeva che con la sua politica e con un pizzico di demagogia – la decisione di ritirare l’ambasciatore venezuelano da Israele dopo aver paragonato gli attacchi sui miliziani di Hezbollah all’Olocausto,

ad esempio - si sarebbe facilmente guadagnato le simpatie dei paesi del levante. Non solo dei loro governi, ma anche del popolo. Il leader latino è stato salutato da migliaia di persone che hanno affollato le strade di Damasco bloccando il traffico in diversi punti della città, tappezzata di manifesti in suo onore. Assad ricambierà il favore recandosi a breve in visita a Caracas. A questi incontri ne seguiranno altri che coinvolgeranno probabilmente altri paesi dell’America del Sud oltre alle due superpotenze: la Cina – che da tempo finanzia progetti di sviluppo in diversi paesi arabi, Siria compresa, e che in cambio stipula accordi vantaggiosi per il rifornimento energetico – e l’Iran – che farà pesare le sue nuove alleanze nel braccio di ferro sul nucleare.  Gli Stati Uniti certamente non resteranno a guardare. Alle parole di denuncia contro i regimi ‘terroristici’ loro avversari faranno, temo, seguire anche i fatti.

Il che ci costringerebbe a riconsiderare le parti in causa in un possibile scontro mondiale. Non più Oriente contro Occidente, ma Nord contro Sud del mondo.

postato da: Bazzu alle ore settembre 02, 2006 20:22 | Permalink | commenti (2)
categoria:
sabato, 26 agosto 2006

Da quando è iniziata l’offensiva israeliana il sostegno popolare nei confronti di Hezbollah è cresciuto in maniera esponenziale.

E’ accaduto nello stesso Libano – sebbene siano ancora in molti a osteggiare il Gruppo di Resistenza Islamica -, in Palestina – dove oltre il 90 per cento della popolazione si è detta a favore dell’attacco del “Partito di Dio” e dove, dalle ultime elezioni, il sostegno a Hamas si è triplicato -, in Siria – dove le bandiere di Hezbollah, le foto di Nasrallah spesso ritratto insieme a Basher el-Assad, e quelle delle vittime innocenti di questa assurda guerra sono esposti in ogni negozio, bar, ristorante e persino sui parabrezza delle auto – per non parlare del resto dei paesi arabi e, soprattutto, dell’Iran.

Poco dopo l’inizio degli scontri alcuni ulema sauditi (sunniti) hanno lanciato una fatwa su quanti avessero sostenuto il “Partito di Dio”: persino i Fratelli Musulmani – storicamente nemici degli sciiti – hanno fatto sapere di non considerarla valida.

Anche gli arabi-israeliani di Haifa – città duramente colpita dagli attacchi libanesi – hanno dato pieno sostegno alle iniziative dei guerriglieri.

Se l’obiettivo era di indebolire Hezbollah, quindi, la campagna israeliana in Libano è stata un fiasco totale.

Dubito che tanto la catena di comando del gruppo quanto i suoi combattenti siano stati davvero indeboliti da un mese di guerra. Lo dimostra il fatto che i pesanti attacchi aerei israeliani non hanno affatto fermato i lanci di Katyusha.

Secondo alcune fonti, a scendere in campo contro le prime linee israeliane nei villaggi del sud del Libano sarebbero stati soltanto i membri delle cellule locali di Hezbollah. L’esercito vero e proprio potrebbe non essere mai stato schierato.

Eppure negli scontri terrestri la debàcle israeliana è stata totale.

Le forze armate guidate da Nasrallah hanno resistito in modo sorprendente alle incursioni nemiche, riportando numerosi successi sul campo e smentendo la tesi della presunta imbattibilità del quinto esercito più potente al mondo.

Proprio quello che l’Iran, e - anche se in misura minore - la Siria stavano aspettando.

Non è da escludere, a mio avviso, che sia stato proprio il governo degli ayatollah a dettare tempi e modi del rapimento dei due soldati, sicuro delle dura reazione israeliana a questa provocazione.

Teheran, in definitiva, si sarebbe servito di Hezbollah per verificare la reale forza delle truppe nemiche.

Il fatto che da alcuni giorni l’esercito stia effettuando numerose esercitazioni belliche – che includono lanci di missili a lunga e a breve gittata – nel deserto iraniano, andrebbe a sostegno di questa ipotesi.

In questo modo, l’Iran vuole dimostrare ancora una volta al mondo intero – e in particolare a Israele - il potenziale distruttivo del suo arsenale bellico.

Gli israeliani hanno recepito il messaggio, così come gli americani (non è un caso che nella conferenza stampa sul cessate il fuoco Bush abbia parlato quasi esclusivamente del pericolo iraniano e troppo poco del Libano); il punto, però, è che con la loro sciagurata condotta di guerra non solo non hanno risolto il problema del sostegno – economico, logistico, militare – siro-iraniano a Hezbollah, che infatti malgrado la risoluzione Onu continuerà ad esistere come gruppo armato parallelo o come parte del futuro esercito libanese; ma ha dato anche modo ai cittadini arabi – non certo ai loro governi – di ricompattarsi ancora una volta contro il nemico di sempre.

L’offensiva israeliana, dunque, è stata solo inutile e dannosa.

A farne le spese sono state le migliaia di civili vittime, ancora una volta, della stupidità umana.
postato da: Bazzu alle ore agosto 26, 2006 20:53 | Permalink | commenti (7)
categoria:
sabato, 26 agosto 2006

Ecco come Israele, considerata da tutti come l’UNICA DEMOCRAZIA in Medio Oriente, ha risposto al rapimento di due soldati da parte di Hezbollah. Le analogie con la condotta di guerra statunitense in Afghanistan e in Iraq sono impressionanti.

 

“Tra il 12 e il 14 agosto la forza aerea israeliana ha condotto più di 7.000 attacchi aerei colpendo circa 7.000 bersagli in Libano; la marina ha condotto altri 2.500 bombardamenti. Gli attacchi, anche se diffusi su tutto il territorio, sono stati concentrati soprattutto in determinate aree. Oltre al bilancio di vittime umane – 1.183 morti, per oltre un terzo bambini,  4.054 feriti e 970.000 rifugiati – le infrastrutture civili sono state seriamente danneggiate. Secondo le stime del governo libanese 31 “punti vitali” (aeroporti, porti, impianti idrici e centrali elettriche) sono stati parzialmente o completamente distrutti, così come circa 80 ponti e 94 strade. Più di 25 stazioni di benzina e 900 esercizi commerciali sono stati distrutti. Il numero di edifici privati, uffici e negozi completamente distrutti supera le 30.000 unità. Due ospedali pubblici – a Bint Jbeil e a Meis al Jebel – sono stati completamente distrutti in seguito agli attacchi israeliani mentre altri tre sono stati gravemente danneggiati. Più del 25 per cento della popolazione del paese - che conta meno di 4 milioni di abitanti – è stato costretto alla fuga. Circa 500.000 persone hanno cercato rifugio a Beirut, molte delle quali in parchi o altri luoghi pubblici, senza acqua né possibilità di lavarsi” […]

 

“I portavoce del governo israeliano hanno insistito sul fatto che obiettivi degli attacchi fossero unicamente le postazioni di Hezbollah e che i danni alle infrastrutture civili sono stati incidentali e dovuti all’uso di Hezbollah della popolazione civile come “scudo umano”. Tuttavia, lo schema e lo scopo degli attacchi, così come il numero di perdite civili e l’ammontare dei danni subiti, indebolisce questa giustificazione”.

(Obiettivi militari sono quelli che: “per la loro natura, posizione, propositi o il loro uso, contribuiscono effettivamente all’azione militare e la cui totale o parziale distruzione, cattura o neutralizzazione, nelle circostanze contingenti, offre un vantaggio militare definito”. Obiettivi civili sono “tutti gli obiettivi non militari”. Obiettivi normalmente considerati civili possono, in determinate circostanze, diventare obiettivi militari legittimi nel caso in cui “siano usati per contribuire effettivamente all’azione militare”. Comunque, nel caso in cui sussistano dubbi sul loro uso, l’obiettivo deve essere considerato civile).

 

L’attuale situazione in Libano suggerisce che la distruzione estensiva di opere pubbliche, centrali di energia, case e industrie sia stata deliberata nonchè parte integrale della strategia militare condotta, piuttosto che un “danno collaterale” – e cioè un danno incidentale ai civili o alle loro proprietà risultato dalla volontà di colpire obiettivi militari.

Le affermazioni degli ufficiali militari israeliani sembrano confermare che la distruzione di infrastrutture fosse l’obiettivo della campagna militare. Il 13 luglio poco dopo l’inizio degli attacchi aerei, il capo della Forza di Difesa Israeliana, Generale Dan Halutz, ha sottolineato come l’intera città di Beirut poteva essere inclusa tra gli obiettivi, se i missili di Hezbollah avessero continuato a colpire il nord di Israele: “Nessun posto è al sicuro in Libano, niente di più semplice”, ha affermato. Tre giorni dopo, secondo il quotidiano Jerusalem Post, un alto ufficial del FDI avrebbe minacciato la distruzione degli impianti di energia libanesi se Hezbollah avesse colpito installazioni strategiche nel nord di Israele. Il 24 luglio, in un incontro con un alto ufficiale delle forze aeree israeliane, ai giornalisti fu detto che il capo della FDI aveva ordinato la distruzione di 10 palazzi a Beirut per ogni Katyusha lanciato su Haifa. Le sue dichiarazioni sono state successivamente condannate dall’Associazione per i Diritti Civili in Israele. Secondo il Ne York Times, il capo della FDI avrebbe affermato che gli attacchi aerei avevano come obbiettivo quello di fare pressioni sugli ufficiali libanesi e di costringere il governo libanese a assumersi le responsabilità delle azioni di Hezbollah. Il Generale israeliano avrebbe anche chiamato il gruppo di resistenza libanese “un cancro” di cui il Libano si sarebbe dovuto sbarazzare, “perché se non lo faranno il loro paese pagherà un prezzo molto alto”. […]

 

“Secondo le Forze armate ad Interim delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL), al 15 Agosto, l’80 per cento delle abitazioni civili è stato distrutto nel villaggio di Tayyabah, il 50 per cento nei villaggi di Markaba e Qantarah, il 30 per cento a Mais al Jebel, il 20 per cento a Hula, il 15 per cento a Talusha. Il giorno dopo, l’UNIFIL ha riportato che nel villaggio di Ghanduriyah l’80 per cento delle case sono state distrutte, il 60 per cento nel villaggio di Zibqin, il 50 per cento a Jabal al Butm e a Bayyadah, il 30 per cento a Bayt Leif e il 25 per cento a Kafra”. […]

 

“Il 6 agosto, gli ufficiali dell’UNIFIL hanno cercato di ottenere il nullaosta dalle autorità israeliane per costruire un ponte temporaneo sul fiume Litani per facilitare il trasporto di aiuti umanitari vitali agli abitanti del sud. Israele ha negato il permesso, minacciando che ogni nuovo ponte sarebbe stato fatto saltare in aria. Secondo ufficiali delle Nazioni Unite, i militari israeliani avrebbero affermato che se gli ingegneri dell’UNIFIL avessero cercato di riparare il ponte (precedentemente danneggiato, ndr), sarebbero diventati loro stessi obiettivi. I militari israeliani avrebbero anche proibito ogni movimento a sud del fiume Litani ad eccezione dei veicoli dell’UNIFIL e della Croce Rossa Internazionale, e che ogni altro oggetto in movimento sarebbe stato colpito. Un convoglio di Médecins Sans Frontières, che trasportava aiuti medici di emergenza e carburante è stato colpito a nord del fiume il 7 agosto. I componenti del convoglio sono stati costretti a trasportare 4 tonnellate di aiuti attraverso una catena umana per 500 metri. Un tronco è stato usato come ponte”. […]

 

(Secondo il diritto internazionale umanitario, le parti di un conflitto devono permettere e facilitare un rapido e libero passaggio di aiuti umanitari, equipaggi e personale, proteggere gli aiuti e facilitare la loro rapida distribuzione. Inoltre, il personale che partecipa ad operazioni di aiuto umanitario, così come gli oggetti usati per tali operazioni, devono essere rispettati e protetti).

 

“Un ospedale, quartier generale di Hezbollah secondo Israele, è stato attaccato direttamente. Il 2 agosto, commandos israeliani in elicottero, supportati da aerei da combattimento e droni, ha compiuto un raid nell’ospedale Al-Hikmah a Baalbak, nella zona orientale della valle di Bekaa. L’esercito israeliano ha affermato di aver catturato durante l’operazione 5 membri di Hezbollah. Secondo testimoni, tuttavia, i cinque sarebbero stati catturati non nell’ospedale, bensì a casa di uno di loro. Hanno anche aggiunto che uno degli obiettivi, Hassan Nasrallah (professione NEGOZIANTE, ndr), è stato confuso con il leader di Hezbollah omonimo. L’agenzia di stampa Reuters ha riportato che gli attacchi aerei di supporto hanno ucciso 19 persone, tra cui 4 bambini. In un comunicato la FDI ha annunciato che nell’operazione “sono state distrutte armi di Hezbollah, oltre a computer, materiali multimediali, e a numerosi materiali di intelligence. Dieci terroristi sono stati uccisi e altri 5 catturati dalle forze israeliane. Nessun membro delle truppe israeliane è stato ucciso”. […]

(Gli ospedali sono per loro natura “obiettivi civilie non dovrebbero mai essere attaccati a meno che non siano utilizzati per scopi militari. Se è vero che Hezbollah ha utilizzato l’ospedale al Hikmah come quartier generale o base, quindi, lo ha di fatto reso passibile di attacchi. Israele, tuttavia, avrebbe dovuto prendere precauzioni per proteggere civili ed evitare in questo modo perdite di vite umane o ferimenti di civili).

“Fabbriche e imprese private nel paese – entità economiche la cui distruzione non dovrebbe portare alcun vantaggio militare ma piuttosto un danno ai civili – sono stati soggetti a una serie di attacchi aerei, dando un ulteriore duro colpo alla già traballante economia del paese. Il governo libanese ha stimato che la percentuale di disoccupazione nel paese ha raggiunto attualmente circa il 75 per cento”. […]

 

“Waji al Bisri, attualmente capo dell’Associazione degli Industriali Libanesi, ha stimato in circa 200 milioni di dollari il danno inflitto al settore industriale libanese […]. Quasi tutti gli esercizi commerciali nel sud del Libano hanno subito colpi di artiglieria da parte dell’esercito israeliano”. […]

 

“I delegati di Amnesty International hanno riportato di numerosi attacchi a esercizi commerciali come supermarket o centri di riparazione auto. I supermercati sono stati colpiti quasi certamente con lo stesso tipo di munizioni usato per le case, ma verosimilmente la traiettoria utilizzata è stata diversa, in modo da infliggere i danni maggiori agli spazi interni e quindi al materiale immagazzinato. In alcuni casi i supermercati sono stati incendiati. […]. La distruzione di supermercati, così come l’attacco singolo a una cittadina o a un villaggio, sembra avere come obiettivo la fuga dei residenti”. […]

 

“Nel corso del conflitto, circa 100.000 civili sono rimasti intrappolati nel sud del Libano, terrorizzati dalle minacce israeliane (ogni veicolo in movimento sarebbe stato colpito) e alla luce di quanto affermato dal ministro della Giustizia israeliano Haim Ramon: “Tutti coloro che si trovano attualmente nel sud del Libano sono terroristi legati in qualche modo con Hezbollah”. Molti sono stati impossibilitati a fuggire per via della loro età o per handicap fisici, o ancora perché non hanno avuto la possibilità di accedere a mezzi di trasporto. I residenti del sud si sono trovati ben presto senza cibo, acqua e medicine, e la CRI ha riportato che quelli che sono riusciti a scappare hanno raggiunto le stazioni di aiuto umanitario in condizioni disperate”. […]

 

“Amnesty International ha chiesto al Consiglio di Sicurezza e al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che il Segretario Generale scelga una squadra di esperti indipendenti per condurre un’inchiesta sulle violazioni del Diritto Umanitario Internazionale sia da parte di Hezbollah che da parte di Israele durante il conflitto. La squadra dovrebbe essere composta da personale con provata esperienza in investigazione sulla violazione del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani in materia militare […] Essi devono ricevere tutta l’assistenza e le risorse necessarie. Il risultato dell’inchiesta dovrebbe essere pubblico e includere consigli e raccomandazioni per porre fine alle violazioni e prevenirne di future”.

 

Israele/Libano. Distruzione deliberate o “danno collaterale”. Gli attacchi israeliani alle infrastrutture civili, Amnesty International.

Traduzione a cura di Bazzu

postato da: Bazzu alle ore agosto 26, 2006 20:52 | Permalink | commenti
categoria:politica
sabato, 26 agosto 2006

Sono le tre di notte. Ascolto Murolo e Ranieri mentre studio. Sono appena riuscito a riparare all’errore di non portare musica napoletana copiandomela da un amico friulano– sic!. Finalmente. Dio, quanto mi mancava. Ho la pelle d’oca. Capisco solo ora perché l’auto di mio fratello – “l’urdemo emigrante” – è sempre zeppa di cd di musica classica partenopea.

Insomma, Napoli è la solita puttana. Quando ci vivi, non vedi l’ora di partire.

Poi, l’ultima notte prima della partenza apre lentamente le gambe, spalanca il golfo davanti ai tuoi occhi e mette in mostra tutta la sua bellezza.

Se non è riuscita a convincerti, allora quando sei via ti chiama. Come una sirena, con la voce dei suoi figli.

Con il suo odore, che cerchi invano altrove.

Basta sentire una di canzone e già non vedi l’ora di tornare. Ti scordi di tutti i problemi e dei motivi che ti hanno spinto ad andare via.

Tra un po’ il muezzin chiamerà i fedeli alla preghiera. Per la prima volta da quando sono qui non sentirò il suo canto.
postato da: Bazzu alle ore agosto 26, 2006 20:51 | Permalink | commenti
categoria:
mercoledì, 23 agosto 2006

Turchi 054Otto giorni da favola. Certo stancanti. In tutto circa due giorni e mezzo in viaggio, sempre seduti in pullman, e sei di turismo puro. Comprare un biglietto aereo era troppo costoso e poi, in fin dei conti, ripercorrere su strada la via della seta ci è sembrata un’esperienza emozionante.

Prima tappa del viaggio la Cappadocia. Ci arriviamo dopo 17 ore di bus – 6 ore Damasco-Antiochia, 3 Antiochia-Adana, 6 Adana-Goreme più un paio di attesa per le coincidenze.

Confesso la mia ignoranza. Prima di vederla me l’immaginavo verde, con foreste rigogliose, fiumiciattoli, prati.

Niente di tutto questo, anzi. Il paesaggio della “Terra dei bei cavalli” è lunare, quasi completamente roccioso. Le montagne piatte e, a valle, centinaia di ‘camini di fate’ –meglio note come case dei Flinstones -. Molti erano abitati fino a una quarantina di anni fa, ora sono quasi tutti abbandonati. C’è chi ancora li usa come stalle o come enormi dispense per il frumento.

Troviamo al volo un albergo – molto carino, abbastanza pulito e, chiaramente, incastonato tra le rocce – e scappiamo a rilassarci in piscina.

Poi, visita in centro, cena inclusa. Ci sono italiani ovunque, la Grecia ormai è demodè la Turchia tira tanto negli ultimi tempi.

Il giorno dopo visita alle chiese rupestri del museo all’aperto di Goreme e a qualche paesino nei dintorni. Quelli più frequentati sono zeppi di hotel di lusso, discoteche, bar e ristoranti con tavoli in strada. Altri – e il contrasto è stridente – sono invece rimasti com’erano cinquant’anni fa. Ci fermiamo per un po’ a Cavusin. Il silenzio assordante rotto solo dalle urla di qualche bambino che gioca in strada incurante del caldo del primo pomeriggio. Poi a Urgup, a Mustafapasa, infine sulla cima di un’altura vicina, da dove ci godiamo uno splendido tramonto.

Il terzo giorno ancora visite, stavolta con una guida. Il caravanserraglio, le incredibili città sotterranee – anche queste abitate fino a qualche decina di anni fa –, e poi la valle di Ihlara dove ci fermiamo a mangiare in riva al fiume.

Torniamo a sera e, distrutti, ci incamminiamo verso lo stazionamento dei bus, da dove partiamo alla volta di Istambul. Viaggio notturno, durata 11 ore.

 

Arriviamo alle prime luci dell’alba. Scorgiamo in lontananza lo splendore di Aya Sofya e, soprattutto, della Moschea Blu. Una di fronte all’altra dominano Sultanahmet, sotto di loro il mare dello stretto del Bosforo. È bellissimo.

 

Per strada non c’è quasi nessuno, l’aria è fresca. La città è incredibilmente ordinata e pulita. Per noi, abituati al caos damasceno, sembra davvero di stare in Svizzera.

È ferragosto e gli alberghi sono praticamente tutti esauriti. Una buona dose di culo, però, ci aiuta a trovare in poco tempo un posticino giusto in centro. Posiamo le valige e comincia la visita. Prima la Moschea Blu – meno solenne ma forse più bella ancora della Moschea degli Umayyadi – poi l’imponente Aya Sofya, infine un po’ di meritato riposo sdraiati su un prato nel Parco di Gulhane.

Il secondo giorno è interamente dedicato al Gran Bazar, dove, oltre a rinnovare un po’ il guardaroba, compro finalmente una tawila – o backgammon – che qui come in Siria è praticamente lo sport nazionale.

Poi, la vera chicca della vacanza: serata spettacolo in stile turco in un ristorante a qualche chilometro dal centro. Come dire: capodanno in un locale di Villa Literno, cantante neomelodico incluso.

Il cibo è immangiabile, ma ad allietarci la serata ci pensano nell’ordine:

 

-         tre orribili danzatrici del ventre

-         un gruppo – triste, davvero triste – di ballerini direttamente dalla Cappadocia

-         altri tre ballerini/giocolieri/impressionisti che sperano di divertire il pubblico con lanci di coltelli e altro

 

In fondo al palco due ultrasettantenni suonano dal vivo, uno un tamburo l’altro uno pseudopiffero, accompagnati di tanto in tanto da altri musicisti.

L’acme della serata arriva però solo alla fine, riservato unicamente a chi, come noi, ha avuto il coraggio di restare fino alla fine incollato alle sedie.

Sono circa le 11 e una voce fuoricampo – chiaramente registrata – annuncia l’ingresso in scena di quella che dovrebbe essere la vera stella del locale: un tizio panciuto in elegantissimo vestito bianco che prima attacca con canzoni classiche turche, poi comincia a intonare qualche strofa di una ventina canzoni straniere in almeno dieci lingue tra cui cinese, iraniano e, chiaramente, italiano. Inutile dire che quando parte ‘O’ sole mio’ – unica canzone italiana in gara in questa speciale hit parade internazionale – mi alzo in piedi e comincio a cantare con lui, guadagnandomi il suo ringraziamento – stizzito - per la collaborazione non richiesta. Mi innamoro subito di quest’uomo che, a cinquant’anni suonati, ha il coraggio di rendersi ridicolo pubblicamente TUTTE LE SERE ALLA STESSA ORA.

Torniamo a casa consapevoli che dopo questa serata niente sarà più come prima.

 

L’ultimo giorno visitiamo il Palazzo Topkapi, residenza dei sovrani che nei secoli si sono alternati alla guida dell’impero ottomano. Certo, i sultani non si facevano mancare proprio nulla: il palazzo è immerso nel verde dei giardini di Gulhane, a pochi metri dal mare. Incredibile l’harem del sultano, che poteva ospitare fino a 300 concubine, così come il parlamento.

Splendido anche il museo del palazzo, che comprende oggetti di inestimabile valore, regali di questo o quel pascià, ma anche di molti sovrani europei. Pietre preziose, spade, diamanti sono esposti accanto ad armature antiche bellissime. A pochi metri di distanza, in un edificio non meno sfarzoso, sono esposti una serie di cimeli legati più o meno alla storia dell’islam. Dalla spada di Maometto, ai capelli del Profeta, fino alle prime chiavi della Ka’ba.

Sullo sfondo lo stretto del Bosforo, che attraversiamo più tardi, quando ormai è quasi sera. Ci imbarchiamo su un traghetto che percorre tutto il Corno d’Oro fino alle sponde del mar Nero toccando alternativamente le sponde europee e quelle asiatiche della città.

Al ritorno, cena in riva al mare – con tanto di posteggia – a base di pesce. Il tempo di scattare le ultime foto alle splendide moschee illuminate che dominano lo stretto e torniamo a casa, non prima di esserci goduti per l’ultima volta lo splendore della città.

Turchi 237L’indomani c’è un altro viaggio massacrante che ci aspetta. Dopo trenta ore filate di pullman Damasco ci accoglie la sera di sabato: disordinata, caotica, molesta come al solito.

postato da: Bazzu alle ore agosto 23, 2006 20:49 | Permalink | commenti (1)
categoria:
lunedì, 07 agosto 2006

Una delle poche cose che mi mancano di Napoli è sicuramente il mare. Per questo, dopo aver insistito per settimane, sono riuscito a strappare ai miei amici damasceni la promessa di una gita sulla costa.

Dovevamo essere circa in 8, ma all’appuntamento all’una di notte (partenza intelligente) a Piazza Bab Touma si presentano in 13. Tutti con bagagli pesanti ed ingombranti chiaramente. Ci incastriamo alla buona nel pullmino che abbiamo affittato e partiamo alla volta di Kasab, al confine con la Turchia.

Il viaggio, manco a dirlo, è massacrante. Dormire è impossibile. L’autista guida sportivo e tira le marce come pochi non disdegnando sorpassi al limite del ritiro della patente.

Il paesaggio che troviamo al nostro arrivo, però, ci fa dimenticare presto le fatiche notturne. Sembra davvero di non essere in Siria. La sabbia delle montagne del sud lascia qui il posto a fitti boschi e a frutteti.

La nostra casa è appena sopra una vallata che porta dritto al mare, circondata da qualche ettaro di campagna. È pulita, ordinata, tutt’altra cosa rispetto alle case damascene. Sarà perché qui di arabi non c’è neppure l’ombra. La zona, infatti, è interamente abitata da armeni fuggiti anni fa dalla Turchia.

Ci riposiamo una mezz’oretta, abbozziamo una colazione al volo e poi scappiamo al mare. La spiaggia che scegliamo è praticamente una baia deserta quasi inaccessibile. L’unico modo per arrivarci è camminare per una stradina ciottolosa e stretta percorribile solo a piedi. Mezz’ora di cammino e siamo in spiaggia. L’acqua – a parte qualche chiazza di sporco di tanto in tanto - è bellissima e calda. La spiaggia è stranamente pulita. Mentre i miei amici fanno a gara di tuffi io mi godo la calma del posto sul bagnasciuga. Giochiamo un po’ a calcio, a pallavolo, prendiamo il sole. Dopo poco ci raggiunge pure l’autista – Suleyman - con due figli al seguito: Muhammad e il piccolo Hadi che a tre anni prova già a nuotare.

Dopo un po’ decidiamo di tornare. Il sole batte troppo forte e abbiamo tutti fame e sonno. Ci svegliamo giusto in tempo per ammirare il tramonto mozzafiato che si vede da qui.

Hadi ha ancora addosso i vestiti con cui ha fatto il bagno, e soprattutto, ha ancora chiazze di sale in viso.

Sale sul pulmino prima di tutti, forse perché, come noi, ha voglia di vedere Lattakia.

Chissà se è rimasto deluso quanto noi. La quarta città della Siria per importanza è praticamente la bella copia di Mondragone. Mancano solo la mozzarella e i ragazzi che scorazzano in motorino.

Vaghiamo per lo struscio cercando disperatamente un posto dove mangiare pesce che, ovviamente, non troviamo. Optiamo per un piatto di pollo con riso, porzione maxi. Poi, tè in spiaggia – l’unica cosa degna di nota della escursione in città.

Torniamo all’alba. Le nuvole circondano la casa e riempiono l’intera vallata.

Il secondo giorno ancora mare, stavolta su una spiaggia diversa, esattamente sul confine. La nostra amica siciliana comincia a raccogliere di ricci – che mangia assieme a qualche altro coraggioso – mentre gli altri prendono il sole o nuotano al largo.

La sera decidiamo di restare a casa. C’è del sugo, spaghetti. Compriamo un po’ di verdure e del tonno per l’insalata. Stavolta a tavola con noi ci sono pure Suleyman, Muhammad e Hadi che, manco a dirlo, ha ancora addosso i vestiti salati del giorno prima.

Dopo aver rassettato casa alla buona, ripartiamo. Gli occhi semichiusi di Suleyman non promettono nulla di buono. E infatti, la sua guida sportiva diventa ora lenta e incerta. Guardo nervosamente la strada, ma dopo qualche chilometro crollo e mi sveglio solo all’arrivo a Bab Touma.

Guardo l’orologio. Sono le sei e ho fame. Tanta. Mangio un frullato al volo e scappo a casa.

Tra un’ora c’è la sveglia per l’università.

postato da: Bazzu alle ore agosto 07, 2006 22:31 | Permalink | commenti (1)
categoria: