categoria:amici, siria
Nel caso abbiate a disposizione un Minollo o un paio di liocorni da regalarci ve ne saremmo eternamente grati. Saremmo lieti di aggiungere altre due specie al nostro piccolo ecosistema.

Che si tratti del quartier generale di Hezbollah a Beirut non è proprio difficile capirlo. Ai ritratti di Hariri di Downtown qui si sostituiscono le foto di Nasrallah. Le bandiere gialle sono ovunque, così come gli striscioni che invitano alla resistenza. Passiamo accanto alla sede di “Al Manar”, la tv del partito, più volte oggetto degli attacchi israeliani. Le strade hanno un aspetto familiare, l’intera zona somiglia in maniera inquietante al quartiere dove abitiamo a Damasco. Tutt’altra cosa rispetto agli splendidi viali pieni di ristoranti e bar che abbiamo visitato poche ore prima.

E' da un po' che non mi faccio vivo sul blog. Tornero' a scrivere dopodomani, al termine di un viaggio breve ma intenso che per qualche giorno mi ha tenuto lontano da Damasco. A presto!
“Il Venezuela e la Siria costruiranno un mondo nuovo, libero dalla dominazione americana. Abbiamo deciso di essere liberi e vogliamo collaborare nella costruzione di un nuovo mondo in cui sia rispettata l'autodeterminazione dei popoli e degli stati. L'imperialismo è impegnato nel controllo del mondo, ma noi non glielo permetteremo, nonostante le pressioni e le aggressioni”. Parola di Hugo Chavez, che martedì scorso è arrivato a Damasco per una serie di incontri con le più alte cariche istituzionali siriane. Vale a dire Basher El Assad.
Che ha risposto: “Nuovi orizzonti si aprono tra i due popoli di Venezuela e Siria...perchè ci sono molti legami tra loro. Le nostre posizioni sono molto vicine su problemi di portata mondiale come il rifiuto dell' egemonia sul mondo o dell' egemonia unipolare, che significa accettazione di un approccio multipoliticizzato e civile”. “Durante questa visita - ha detto ancora Assad - trasformeremo questi orizzonti in azione ed accordi nonché in meccanismi per applicare gli accordi e raggiungere un coordinamento politico ai livelli più alti, soprattutto su temi come la cooperazione sud-sud, che proteggeranno tutti i paesi esposti a pressioni e tentativi di assedio come succede alla Siria ed al Venezuela”.
Fino a qualche tempo fa pensare ad un accordo tra Siria e Venezuela sarebbe stato impossibile. Paesi distanti, con pochi o nessun interesse in comune.
Ora, invece, sembra che il loro destino sia intrecciato a fitte maglie. Cosa e’ successo in questi anni? Com’è possibile che America Latina e Medio Oriente riconoscano obiettivi comuni?
La risposta è più semplice di quanto si pensi: per la prima volta i paesi cosiddetti in via di sviluppo hanno cominciato a rendersi conto del loro reale potenziale e del loro peso nell’economia del pianeta. Il passo sarà unirsi per contrapporsi all’unica vera potenza mondiale dopo la caduta del muro di Berlino. L’incontro dei giorni scorsi ne è un chiaro esempio.
Il Venezuela – secondo solo ai paesi del Golfo per produzione di petrolio - ha subito una vera e propria rivoluzione a partire dalla salita al potere di Chavez.
Per prima cosa il presidente ha nazionalizzato le riserve petrolifere, destinando la gran parte del ricavato dalla vendita dell’oro nero a progetti di scolarizzazione e di assistenza alle fasce più deboli della popolazione, aiutato in questo anche dall’innalzamento del prezzo del barile.
Poi, ha cercato l’alleanza dei paesi amici dell’America del Sud, ormai guidati praticamente quasi tutti da governi di sinistra, creando una fitta rete di collaborazioni che ha assestato l’ultimo colpo alla ormai precaria egemonia statunitense nell’area.
Infine, ha spostato lo sguardo a est, verso paesi lontani solo geograficamente: la Siria, l’Iran – colonne portanti dell’Asse del Male - la Cina oltre ad essere, come il Venezuela, regimi più o meno dittatoriali, hanno lo stesso interesse a creare un asse capace di contrapporsi in maniera efficace agli USA.
Chavez sapeva che con la sua politica e con un pizzico di demagogia – la decisione di ritirare l’ambasciatore venezuelano da Israele dopo aver paragonato gli attacchi sui miliziani di Hezbollah all’Olocausto,
ad esempio - si sarebbe facilmente guadagnato le simpatie dei paesi del levante. Non solo dei loro governi, ma anche del popolo. Il leader latino è stato salutato da migliaia di persone che hanno affollato le strade di Damasco bloccando il traffico in diversi punti della città, tappezzata di manifesti in suo onore. Assad ricambierà il favore recandosi a breve in visita a Caracas. A questi incontri ne seguiranno altri che coinvolgeranno probabilmente altri paesi dell’America del Sud oltre alle due superpotenze: la Cina – che da tempo finanzia progetti di sviluppo in diversi paesi arabi, Siria compresa, e che in cambio stipula accordi vantaggiosi per il rifornimento energetico – e l’Iran – che farà pesare le sue nuove alleanze nel braccio di ferro sul nucleare. Gli Stati Uniti certamente non resteranno a guardare. Alle parole di denuncia contro i regimi ‘terroristici’ loro avversari faranno, temo, seguire anche i fatti.
Il che ci costringerebbe a riconsiderare le parti in causa in un possibile scontro mondiale. Non più Oriente contro Occidente, ma Nord contro Sud del mondo.
Da quando è iniziata l’offensiva israeliana il sostegno popolare nei confronti di Hezbollah è cresciuto in maniera esponenziale.
E’ accaduto nello stesso Libano – sebbene siano ancora in molti a osteggiare il Gruppo di Resistenza Islamica -, in Palestina – dove oltre il 90 per cento della popolazione si è detta a favore dell’attacco del “Partito di Dio” e dove, dalle ultime elezioni, il sostegno a Hamas si è triplicato -, in Siria – dove le bandiere di Hezbollah, le foto di Nasrallah spesso ritratto insieme a Basher el-Assad, e quelle delle vittime innocenti di questa assurda guerra sono esposti in ogni negozio, bar, ristorante e persino sui parabrezza delle auto – per non parlare del resto dei paesi arabi e, soprattutto, dell’Iran.
Poco dopo l’inizio degli scontri alcuni ulema sauditi (sunniti) hanno lanciato una fatwa su quanti avessero sostenuto il “Partito di Dio”: persino i Fratelli Musulmani – storicamente nemici degli sciiti – hanno fatto sapere di non considerarla valida.
Anche gli arabi-israeliani di Haifa – città duramente colpita dagli attacchi libanesi – hanno dato pieno sostegno alle iniziative dei guerriglieri.
Se l’obiettivo era di indebolire Hezbollah, quindi, la campagna israeliana in Libano è stata un fiasco totale.
Dubito che tanto la catena di comando del gruppo quanto i suoi combattenti siano stati davvero indeboliti da un mese di guerra. Lo dimostra il fatto che i pesanti attacchi aerei israeliani non hanno affatto fermato i lanci di Katyusha.
Secondo alcune fonti, a scendere in campo contro le prime linee israeliane nei villaggi del sud del Libano sarebbero stati soltanto i membri delle cellule locali di Hezbollah. L’esercito vero e proprio potrebbe non essere mai stato schierato.
Eppure negli scontri terrestri la debàcle israeliana è stata totale.
Le forze armate guidate da Nasrallah hanno resistito in modo sorprendente alle incursioni nemiche, riportando numerosi successi sul campo e smentendo la tesi della presunta imbattibilità del quinto esercito più potente al mondo.
Proprio quello che l’Iran, e - anche se in misura minore -
Non è da escludere, a mio avviso, che sia stato proprio il governo degli ayatollah a dettare tempi e modi del rapimento dei due soldati, sicuro delle dura reazione israeliana a questa provocazione.
Teheran, in definitiva, si sarebbe servito di Hezbollah per verificare la reale forza delle truppe nemiche.
Il fatto che da alcuni giorni l’esercito stia effettuando numerose esercitazioni belliche – che includono lanci di missili a lunga e a breve gittata – nel deserto iraniano, andrebbe a sostegno di questa ipotesi.
In questo modo, l’Iran vuole dimostrare ancora una volta al mondo intero – e in particolare a Israele - il potenziale distruttivo del suo arsenale bellico.
Gli israeliani hanno recepito il messaggio, così come gli americani (non è un caso che nella conferenza stampa sul cessate il fuoco Bush abbia parlato quasi esclusivamente del pericolo iraniano e troppo poco del Libano); il punto, però, è che con la loro sciagurata condotta di guerra non solo non hanno risolto il problema del sostegno – economico, logistico, militare – siro-iraniano a Hezbollah, che infatti malgrado la risoluzione Onu continuerà ad esistere come gruppo armato parallelo o come parte del futuro esercito libanese; ma ha dato anche modo ai cittadini arabi – non certo ai loro governi – di ricompattarsi ancora una volta contro il nemico di sempre.
L’offensiva israeliana, dunque, è stata solo inutile e dannosa.
A farne le spese sono state le migliaia di civili vittime, ancora una volta, della stupidità umana.Ecco come Israele, considerata da tutti come l’UNICA DEMOCRAZIA in Medio Oriente, ha risposto al rapimento di due soldati da parte di Hezbollah. Le analogie con la condotta di guerra statunitense in Afghanistan e in Iraq sono impressionanti.
“Tra il 12 e il 14 agosto la forza aerea israeliana ha condotto più di 7.000 attacchi aerei colpendo circa 7.000 bersagli in Libano; la marina ha condotto altri 2.500 bombardamenti. Gli attacchi, anche se diffusi su tutto il territorio, sono stati concentrati soprattutto in determinate aree. Oltre al bilancio di vittime umane – 1.183 morti, per oltre un terzo bambini, 4.054 feriti e 970.000 rifugiati – le infrastrutture civili sono state seriamente danneggiate. Secondo le stime del governo libanese 31 “punti vitali” (aeroporti, porti, impianti idrici e centrali elettriche) sono stati parzialmente o completamente distrutti, così come circa 80 ponti e 94 strade. Più di 25 stazioni di benzina e 900 esercizi commerciali sono stati distrutti. Il numero di edifici privati, uffici e negozi completamente distrutti supera le 30.000 unità. Due ospedali pubblici – a Bint Jbeil e a Meis al Jebel – sono stati completamente distrutti in seguito agli attacchi israeliani mentre altri tre sono stati gravemente danneggiati. Più del 25 per cento della popolazione del paese - che conta meno di 4 milioni di abitanti – è stato costretto alla fuga. Circa 500.000 persone hanno cercato rifugio a Beirut, molte delle quali in parchi o altri luoghi pubblici, senza acqua né possibilità di lavarsi” […]
“I portavoce del governo israeliano hanno insistito sul fatto che obiettivi degli attacchi fossero unicamente le postazioni di Hezbollah e che i danni alle infrastrutture civili sono stati incidentali e dovuti all’uso di Hezbollah della popolazione civile come “scudo umano”. Tuttavia, lo schema e lo scopo degli attacchi, così come il numero di perdite civili e l’ammontare dei danni subiti, indebolisce questa giustificazione”.
(Obiettivi militari sono quelli che: “per la loro natura, posizione, propositi o il loro uso, contribuiscono effettivamente all’azione militare e la cui totale o parziale distruzione, cattura o neutralizzazione, nelle circostanze contingenti, offre un vantaggio militare definito”. Obiettivi civili sono “tutti gli obiettivi non militari”. Obiettivi normalmente considerati civili possono, in determinate circostanze, diventare obiettivi militari legittimi nel caso in cui “siano usati per contribuire effettivamente all’azione militare”. Comunque, nel caso in cui sussistano dubbi sul loro uso, l’obiettivo deve essere considerato civile).
L’attuale situazione in Libano suggerisce che la distruzione estensiva di opere pubbliche, centrali di energia, case e industrie sia stata deliberata nonchè parte integrale della strategia militare condotta, piuttosto che un “danno collaterale” – e cioè un danno incidentale ai civili o alle loro proprietà risultato dalla volontà di colpire obiettivi militari.
Le affermazioni degli ufficiali militari israeliani sembrano confermare che la distruzione di infrastrutture fosse l’obiettivo della campagna militare. Il 13 luglio poco dopo l’inizio degli attacchi aerei, il capo della Forza di Difesa Israeliana, Generale Dan Halutz, ha sottolineato come l’intera città di Beirut poteva essere inclusa tra gli obiettivi, se i missili di Hezbollah avessero continuato a colpire il nord di Israele: “Nessun posto è al sicuro in Libano, niente di più semplice”, ha affermato. Tre giorni dopo, secondo il quotidiano Jerusalem Post, un alto ufficial del FDI avrebbe minacciato la distruzione degli impianti di energia libanesi se Hezbollah avesse colpito installazioni strategiche nel nord di Israele. Il 24 luglio, in un incontro con un alto ufficiale delle forze aeree israeliane, ai giornalisti fu detto che il capo della FDI aveva ordinato la distruzione di 10 palazzi a Beirut per ogni Katyusha lanciato su Haifa. Le sue dichiarazioni sono state successivamente condannate dall’Associazione per i Diritti Civili in Israele. Secondo il Ne York Times, il capo della FDI avrebbe affermato che gli attacchi aerei avevano come obbiettivo quello di fare pressioni sugli ufficiali libanesi e di costringere il governo libanese a assumersi le responsabilità delle azioni di Hezbollah. Il Generale israeliano avrebbe anche chiamato il gruppo di resistenza libanese “un cancro” di cui il Libano si sarebbe dovuto sbarazzare, “perché se non lo faranno il loro paese pagherà un prezzo molto alto”. […]
“Secondo le Forze armate ad Interim delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL), al 15 Agosto, l’80 per cento delle abitazioni civili è stato distrutto nel villaggio di Tayyabah, il 50 per cento nei villaggi di Markaba e Qantarah, il 30 per cento a Mais al Jebel, il 20 per cento a Hula, il 15 per cento a Talusha. Il giorno dopo, l’UNIFIL ha riportato che nel villaggio di Ghanduriyah l’80 per cento delle case sono state distrutte, il 60 per cento nel villaggio di Zibqin, il 50 per cento a Jabal al Butm e a Bayyadah, il 30 per cento a Bayt Leif e il 25 per cento a Kafra”. […]
“Il 6 agosto, gli ufficiali dell’UNIFIL hanno cercato di ottenere il nullaosta dalle autorità israeliane per costruire un ponte temporaneo sul fiume Litani per facilitare il trasporto di aiuti umanitari vitali agli abitanti del sud. Israele ha negato il permesso, minacciando che ogni nuovo ponte sarebbe stato fatto saltare in aria. Secondo ufficiali delle Nazioni Unite, i militari israeliani avrebbero affermato che se gli ingegneri dell’UNIFIL avessero cercato di riparare il ponte (precedentemente danneggiato, ndr), sarebbero diventati loro stessi obiettivi. I militari israeliani avrebbero anche proibito ogni movimento a sud del fiume Litani ad eccezione dei veicoli dell’UNIFIL e della Croce Rossa Internazionale, e che ogni altro oggetto in movimento sarebbe stato colpito. Un convoglio di Médecins Sans Frontières, che trasportava aiuti medici di emergenza e carburante è stato colpito a nord del fiume il 7 agosto. I componenti del convoglio sono stati costretti a trasportare 4 tonnellate di aiuti attraverso una catena umana per
(Secondo il diritto internazionale umanitario, le parti di un conflitto devono permettere e facilitare un rapido e libero passaggio di aiuti umanitari, equipaggi e personale, proteggere gli aiuti e facilitare la loro rapida distribuzione. Inoltre, il personale che partecipa ad operazioni di aiuto umanitario, così come gli oggetti usati per tali operazioni, devono essere rispettati e protetti).
“Un ospedale, quartier generale di Hezbollah secondo Israele, è stato attaccato direttamente. Il 2 agosto, commandos israeliani in elicottero, supportati da aerei da combattimento e droni, ha compiuto un raid nell’ospedale Al-Hikmah a Baalbak, nella zona orientale della valle di Bekaa. L’esercito israeliano ha affermato di aver catturato durante l’operazione 5 membri di Hezbollah. Secondo testimoni, tuttavia, i cinque sarebbero stati catturati non nell’ospedale, bensì a casa di uno di loro. Hanno anche aggiunto che uno degli obiettivi, Hassan Nasrallah (professione NEGOZIANTE, ndr), è stato confuso con il leader di Hezbollah omonimo. L’agenzia di stampa Reuters ha riportato che gli attacchi aerei di supporto hanno ucciso 19 persone, tra cui 4 bambini. In un comunicato
(Gli ospedali sono per loro natura “obiettivi civili” e non dovrebbero mai essere attaccati a meno che non siano utilizzati per scopi militari. Se è vero che Hezbollah ha utilizzato l’ospedale al Hikmah come quartier generale o base, quindi, lo ha di fatto reso passibile di attacchi. Israele, tuttavia, avrebbe dovuto prendere precauzioni per proteggere civili ed evitare in questo modo perdite di vite umane o ferimenti di civili).
“Fabbriche e imprese private nel paese – entità economiche la cui distruzione non dovrebbe portare alcun vantaggio militare ma piuttosto un danno ai civili – sono stati soggetti a una serie di attacchi aerei, dando un ulteriore duro colpo alla già traballante economia del paese. Il governo libanese ha stimato che la percentuale di disoccupazione nel paese ha raggiunto attualmente circa il 75 per cento”. […]
“Waji al Bisri, attualmente capo dell’Associazione degli Industriali Libanesi, ha stimato in circa 200 milioni di dollari il danno inflitto al settore industriale libanese […]. Quasi tutti gli esercizi commerciali nel sud del Libano hanno subito colpi di artiglieria da parte dell’esercito israeliano”. […]
“I delegati di Amnesty International hanno riportato di numerosi attacchi a esercizi commerciali come supermarket o centri di riparazione auto. I supermercati sono stati colpiti quasi certamente con lo stesso tipo di munizioni usato per le case, ma verosimilmente la traiettoria utilizzata è stata diversa, in modo da infliggere i danni maggiori agli spazi interni e quindi al materiale immagazzinato. In alcuni casi i supermercati sono stati incendiati. […]. La distruzione di supermercati, così come l’attacco singolo a una cittadina o a un villaggio, sembra avere come obiettivo la fuga dei residenti”. […]
“Nel corso del conflitto, circa 100.000 civili sono rimasti intrappolati nel sud del Libano, terrorizzati dalle minacce israeliane (ogni veicolo in movimento sarebbe stato colpito) e alla luce di quanto affermato dal ministro della Giustizia israeliano Haim Ramon: “Tutti coloro che si trovano attualmente nel sud del Libano sono terroristi legati in qualche modo con Hezbollah”. Molti sono stati impossibilitati a fuggire per via della loro età o per handicap fisici, o ancora perché non hanno avuto la possibilità di accedere a mezzi di trasporto. I residenti del sud si sono trovati ben presto senza cibo, acqua e medicine, e
“Amnesty International ha chiesto al Consiglio di Sicurezza e al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che il Segretario Generale scelga una squadra di esperti indipendenti per condurre un’inchiesta sulle violazioni del Diritto Umanitario Internazionale sia da parte di Hezbollah che da parte di Israele durante il conflitto. La squadra dovrebbe essere composta da personale con provata esperienza in investigazione sulla violazione del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani in materia militare […] Essi devono ricevere tutta l’assistenza e le risorse necessarie. Il risultato dell’inchiesta dovrebbe essere pubblico e includere consigli e raccomandazioni per porre fine alle violazioni e prevenirne di future”.
Israele/Libano. Distruzione deliberate o “danno collaterale”. Gli attacchi israeliani alle infrastrutture civili, Amnesty International.
Traduzione a cura di Bazzu
Sono le tre di notte. Ascolto Murolo e Ranieri mentre studio. Sono appena riuscito a riparare all’errore di non portare musica napoletana copiandomela da un amico friulano– sic!. Finalmente. Dio, quanto mi mancava. Ho la pelle d’oca. Capisco solo ora perché l’auto di mio fratello – “l’urdemo emigrante” – è sempre zeppa di cd di musica classica partenopea.
Insomma, Napoli è la solita puttana. Quando ci vivi, non vedi l’ora di partire.
Poi, l’ultima notte prima della partenza apre lentamente le gambe, spalanca il golfo davanti ai tuoi occhi e mette in mostra tutta la sua bellezza.
Se non è riuscita a convincerti, allora quando sei via ti chiama. Come una sirena, con la voce dei suoi figli.
Con il suo odore, che cerchi invano altrove.
Basta sentire una di canzone e già non vedi l’ora di tornare. Ti scordi di tutti i problemi e dei motivi che ti hanno spinto ad andare via.
Tra un po’ il muezzin chiamerà i fedeli alla preghiera. Per la prima volta da quando sono qui non sentirò il suo canto.
Otto giorni da favola. Certo stancanti. In tutto circa due giorni e mezzo in viaggio, sempre seduti in pullman, e sei di turismo puro. Comprare un biglietto aereo era troppo costoso e poi, in fin dei conti, ripercorrere su strada la via della seta ci è sembrata un’esperienza emozionante.
Prima tappa del viaggio
Confesso la mia ignoranza. Prima di vederla me l’immaginavo verde, con foreste rigogliose, fiumiciattoli, prati.
Niente di tutto questo, anzi. Il paesaggio della “Terra dei bei cavalli” è lunare, quasi completamente roccioso. Le montagne piatte e, a valle, centinaia di ‘camini di fate’ –meglio note come case dei Flinstones -. Molti erano abitati fino a una quarantina di anni fa, ora sono quasi tutti abbandonati. C’è chi ancora li usa come stalle o come enormi dispense per il frumento.
Troviamo al volo un albergo – molto carino, abbastanza pulito e, chiaramente, incastonato tra le rocce – e scappiamo a rilassarci in piscina.
Poi, visita in centro, cena inclusa. Ci sono italiani ovunque,
Il giorno dopo visita alle chiese rupestri del museo all’aperto di Goreme e a qualche paesino nei dintorni. Quelli più frequentati sono zeppi di hotel di lusso, discoteche, bar e ristoranti con tavoli in strada. Altri – e il contrasto è stridente – sono invece rimasti com’erano cinquant’anni fa. Ci fermiamo per un po’ a Cavusin. Il silenzio assordante rotto solo dalle urla di qualche bambino che gioca in strada incurante del caldo del primo pomeriggio. Poi a Urgup, a Mustafapasa, infine sulla cima di un’altura vicina, da dove ci godiamo uno splendido tramonto.
Il terzo giorno ancora visite, stavolta con una guida. Il caravanserraglio, le incredibili città sotterranee – anche queste abitate fino a qualche decina di anni fa –, e poi la valle di Ihlara dove ci fermiamo a mangiare in riva al fiume.
Torniamo a sera e, distrutti, ci incamminiamo verso lo stazionamento dei bus, da dove partiamo alla volta di Istambul. Viaggio notturno, durata 11 ore.
Arriviamo alle prime luci dell’alba. Scorgiamo in lontananza lo splendore di Aya Sofya e, soprattutto, della Moschea Blu. Una di fronte all’altra dominano Sultanahmet, sotto di loro il mare dello stretto del Bosforo. È bellissimo.
Per strada non c’è quasi nessuno, l’aria è fresca. La città è incredibilmente ordinata e pulita. Per noi, abituati al caos damasceno, sembra davvero di stare in Svizzera.
È ferragosto e gli alberghi sono praticamente tutti esauriti. Una buona dose di culo, però, ci aiuta a trovare in poco tempo un posticino giusto in centro. Posiamo le valige e comincia la visita. Prima
Il secondo giorno è interamente dedicato al Gran Bazar, dove, oltre a rinnovare un po’ il guardaroba, compro finalmente una tawila – o backgammon – che qui come in Siria è praticamente lo sport nazionale.
Poi, la vera chicca della vacanza: serata spettacolo in stile turco in un ristorante a qualche chilometro dal centro. Come dire: capodanno in un locale di Villa Literno, cantante neomelodico incluso.
Il cibo è immangiabile, ma ad allietarci la serata ci pensano nell’ordine:
- tre orribili danzatrici del ventre
- un gruppo – triste, davvero triste – di ballerini direttamente dalla Cappadocia
- altri tre ballerini/giocolieri/impressionisti che sperano di divertire il pubblico con lanci di coltelli e altro
In fondo al palco due ultrasettantenni suonano dal vivo, uno un tamburo l’altro uno pseudopiffero, accompagnati di tanto in tanto da altri musicisti.
L’acme della serata arriva però solo alla fine, riservato unicamente a chi, come noi, ha avuto il coraggio di restare fino alla fine incollato alle sedie.
Sono circa le 11 e una voce fuoricampo – chiaramente registrata – annuncia l’ingresso in scena di quella che dovrebbe essere la vera stella del locale: un tizio panciuto in elegantissimo vestito bianco che prima attacca con canzoni classiche turche, poi comincia a intonare qualche strofa di una ventina canzoni straniere in almeno dieci lingue tra cui cinese, iraniano e, chiaramente, italiano. Inutile dire che quando parte ‘O’ sole mio’ – unica canzone italiana in gara in questa speciale hit parade internazionale – mi alzo in piedi e comincio a cantare con lui, guadagnandomi il suo ringraziamento – stizzito - per la collaborazione non richiesta. Mi innamoro subito di quest’uomo che, a cinquant’anni suonati, ha il coraggio di rendersi ridicolo pubblicamente TUTTE LE SERE ALLA STESSA ORA.
Torniamo a casa consapevoli che dopo questa serata niente sarà più come prima.
L’ultimo giorno visitiamo il Palazzo Topkapi, residenza dei sovrani che nei secoli si sono alternati alla guida dell’impero ottomano. Certo, i sultani non si facevano mancare proprio nulla: il palazzo è immerso nel verde dei giardini di Gulhane, a pochi metri dal mare. Incredibile l’harem del sultano, che poteva ospitare fino a 300 concubine, così come il parlamento.
Splendido anche il museo del palazzo, che comprende oggetti di inestimabile valore, regali di questo o quel pascià, ma anche di molti sovrani europei. Pietre preziose, spade, diamanti sono esposti accanto ad armature antiche bellissime. A pochi metri di distanza, in un edificio non meno sfarzoso, sono esposti una serie di cimeli legati più o meno alla storia dell’islam. Dalla spada di Maometto, ai capelli del Profeta, fino alle prime chiavi della Ka’ba.
Sullo sfondo lo stretto del Bosforo, che attraversiamo più tardi, quando ormai è quasi sera. Ci imbarchiamo su un traghetto che percorre tutto il Corno d’Oro fino alle sponde del mar Nero toccando alternativamente le sponde europee e quelle asiatiche della città.
Al ritorno, cena in riva al mare – con tanto di posteggia – a base di pesce. Il tempo di scattare le ultime foto alle splendide moschee illuminate che dominano lo stretto e torniamo a casa, non prima di esserci goduti per l’ultima volta lo splendore della città.
L’indomani c’è un altro viaggio massacrante che ci aspetta. Dopo trenta ore filate di pullman Damasco ci accoglie la sera di sabato: disordinata, caotica, molesta come al solito.
Una delle poche cose che mi mancano di Napoli è sicuramente il mare. Per questo, dopo aver insistito per settimane, sono riuscito a strappare ai miei amici damasceni la promessa di una gita sulla costa.
Dovevamo essere circa in 8, ma all’appuntamento all’una di notte (partenza intelligente) a Piazza Bab Touma si presentano in 13. Tutti con bagagli pesanti ed ingombranti chiaramente. Ci incastriamo alla buona nel pullmino che abbiamo affittato e partiamo alla volta di Kasab, al confine con
Il viaggio, manco a dirlo, è massacrante. Dormire è impossibile. L’autista guida sportivo e tira le marce come pochi non disdegnando sorpassi al limite del ritiro della patente.
Il paesaggio che troviamo al nostro arrivo, però, ci fa dimenticare presto le fatiche notturne. Sembra davvero di non essere in Siria. La sabbia delle montagne del sud lascia qui il posto a fitti boschi e a frutteti.
La nostra casa è appena sopra una vallata che porta dritto al mare, circondata da qualche ettaro di campagna. È pulita, ordinata, tutt’altra cosa rispetto alle case damascene. Sarà perché qui di arabi non c’è neppure l’ombra. La zona, infatti, è interamente abitata da armeni fuggiti anni fa dalla Turchia.
Ci riposiamo una mezz’oretta, abbozziamo una colazione al volo e poi scappiamo al mare. La spiaggia che scegliamo è praticamente una baia deserta quasi inaccessibile. L’unico modo per arrivarci è camminare per una stradina ciottolosa e stretta percorribile solo a piedi. Mezz’ora di cammino e siamo in spiaggia. L’acqua – a parte qualche chiazza di sporco di tanto in tanto - è bellissima e calda. La spiaggia è stranamente pulita. Mentre i miei amici fanno a gara di tuffi io mi godo la calma del posto sul bagnasciuga. Giochiamo un po’ a calcio, a pallavolo, prendiamo il sole. Dopo poco ci raggiunge pure l’autista – Suleyman - con due figli al seguito: Muhammad e il piccolo Hadi che a tre anni prova già a nuotare.
Dopo un po’ decidiamo di tornare. Il sole batte troppo forte e abbiamo tutti fame e sonno. Ci svegliamo giusto in tempo per ammirare il tramonto mozzafiato che si vede da qui.
Hadi ha ancora addosso i vestiti con cui ha fatto il bagno, e soprattutto, ha ancora chiazze di sale in viso.
Sale sul pulmino prima di tutti, forse perché, come noi, ha voglia di vedere Lattakia.
Chissà se è rimasto deluso quanto noi. La quarta città della Siria per importanza è praticamente la bella copia di Mondragone. Mancano solo la mozzarella e i ragazzi che scorazzano in motorino.
Vaghiamo per lo struscio cercando disperatamente un posto dove mangiare pesce che, ovviamente, non troviamo. Optiamo per un piatto di pollo con riso, porzione maxi. Poi, tè in spiaggia – l’unica cosa degna di nota della escursione in città.
Torniamo all’alba. Le nuvole circondano la casa e riempiono l’intera vallata.
Il secondo giorno ancora mare, stavolta su una spiaggia diversa, esattamente sul confine. La nostra amica siciliana comincia a raccogliere di ricci – che mangia assieme a qualche altro coraggioso – mentre gli altri prendono il sole o nuotano al largo.
La sera decidiamo di restare a casa. C’è del sugo, spaghetti. Compriamo un po’ di verdure e del tonno per l’insalata. Stavolta a tavola con noi ci sono pure Suleyman, Muhammad e Hadi che, manco a dirlo, ha ancora addosso i vestiti salati del giorno prima.
Dopo aver rassettato casa alla buona, ripartiamo. Gli occhi semichiusi di Suleyman non promettono nulla di buono. E infatti, la sua guida sportiva diventa ora lenta e incerta. Guardo nervosamente la strada, ma dopo qualche chilometro crollo e mi sveglio solo all’arrivo a Bab Touma.
Guardo l’orologio. Sono le sei e ho fame. Tanta. Mangio un frullato al volo e scappo a casa.
Tra un’ora c’è la sveglia per l’università.